Protagonisti

Don Mussie Zerai

Don-MUSSIE-ZERAI

“L’angelo dei profughi”. Don Mussie Zerai si è guadagnato questo appellativo, sulla stampa internazionale, in anni di attività in difesa dei diritti e della vita stessa dei richiedenti asilo e dei migranti in fuga dal Corno d’Africa e dai paesi dell’Africa sub sahariana verso l’Europa o verso Israele, considerato un avamposto dell’Occidente: migliaia di giovani, uomini e donne, famiglie intere con i bambini, ragazzini appena adolescenti rimasti da soli. Disperati che cercano scampo da fame e carestia, guerre e persecuzioni.

Lui stesso ha un passato di profugo. Nato in Eritrea, ad Asmara, è espatriato fortunosamente in Italia nel 1992, appena diciassettenne, come rifugiato politico. E’ una vicenda che non ha mai dimenticato e che gli ha anzi segnato la vita fin da quella mattina di primavera che, arrivato la sera prima, ridestandosi finalmente libero a Roma, ha sentito l’obbligo morale di mettere la sua esperienza e le sue forze a servizio di altri giovani come lui. Diventare attivista per i diritti umani è stato lo sbocco naturale di questa scelta, che ha poi confermato e rafforzato negli anni degli studi: filosofia a Piacenza dal 2000 al 2003, teologia nei cinque anni successivi e poi morale sociale presso l’Università Pontifica Urbaniana fino al 2010, quando è stato ordinato sacerdote.

La missione che ha voluto darsi si è intensificata in particolare proprio dopo che ha preso i voti, in concomitanza con l’aggravarsi della vicenda dei profughi a causa di tutta una serie di situazioni di crisi esplose in Africa. E’ stato tra i primi, in quegli anni, a partire dalla tarda estate del 2010, a segnalare la tratta degli schiavi nel Sinai. E’ una piaga tuttora aperta: centinaia di giovani catturati nel deserto, verso il confine di Israele, da bande di predoni beduini collegate a organizzazioni criminali internazionali, che pretendono per ogni prigioniero riscatti saliti rapidamente da 8-10 mila a 40-50 mila dollari e che minacciano di consegnare chi non riesce a pagare al mercato degli organi per i trapianti clandestini. Le sue denunce, fatte attraverso l’agenzia di assistenza Habeshia, da lui stesso fondata, insieme a quelle di altre organizzazioni umanitarie, hanno destato sensazione in tutto il mondo, ma l’eco si è spenta in poche settimane, senza che la comunità internazionale si sia mai fatta davvero carico di questa che appare un’autentica emergenza umanitaria.
Da allora è stata una escalation di orrore. Il traffico di schiavi nel Sinai non è mai cessato. Nemmeno dopo che Israele ha chiuso nel 2012 la sua frontiera con l’Egitto, innalzando una barriere impenetrabile di filo spinato e sensori elettronici. E’ solo cambiata la strategia criminale: anziché attendere i migranti nel Sinai, i predoni ora li adescano con il miraggio di un espatrio in Europa o addirittura li rapiscono direttamente nei centri di soggiorno provvisorio sparsi tra il Sudan e l’Etiopia. Anzi la mafia dei trafficanti ha esteso e radicato i suoi tentacoli lungo tutte le vie di fuga dei migranti, sia nei paesi di transito verso l’Europa che in quelli di prima accoglienza: Etiopia, Sudan, Egitto, Libia. Mentre le crisi, le rivolte, le guerre, la carestia esplose dal 2010 ad oggi continuano a produrre fuggiaschi e richiedenti asilo e, dunque, “materiale umano” da sfruttare per i trafficanti di morte.

Don Zerai è diventato un punto di riferimento per le vittime di tutto questo: prima a Roma, dove ha esercitato la prima fase del suo sacerdozio, ed ora in Svizzera, dove si è trasferito come responsabile nazionale per la pastorale degli Eritrei e degli Etiopi residenti nella Repubblica Elvetica. I suoi recapiti, dai telefoni cellulari personali ai numeri dell’agenzia Habeshia, sono ormai considerati un’ancora di salvezza per i giovani prigionieri dei predoni, per le famiglie che non hanno più notizie dei loro cari, per i richiedenti asilo relegati nei lager libici, per i migranti dimenticati nelle carceri egiziane o nei campi profughi del Sudan, per i rifugiati abbandonati a se stessi in Italia. Disperati dei quali spesso non si occupa nessuno. E lui, oltre a fare il possibile per organizzare una rete di aiuto diretto, continua a documentare e a battersi perché questa tragedia entri come prioritaria nell’agenda dell’Onu, dell’Unione Europea e di tutte le cancellerie occidentali.
La sua voce non è rimasta inascoltata: è stato più volte sentito dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati; nel giugno 2012 ha avuto un’audizione ufficiale con l’allora segretario di stato americano Hillary Clinton a Washington; è stato convocato dalle commissioni affari interni e per i diritti dell’uomo dell’Unione Europea alle quali ha consegnato in particolare, all’inizio del novembre 2012, un rapporto sulle terribili condizioni dei centri di detenzione in Libia; lo scorso anno ha avuto due incontri a Bruxelles sulla situazione in Libia e nel Mediterraneo e, successivamente, un confronto sul traffico di esseri umani con il commissario Ue Cecilia Malmstron. All’inizio di febbraio ha affrontato questo stesso problema in Vaticano, nel corso di un colloquio con l’Ambasciatore Luis Cde Baca, del Dipartimento di Stato americano. Con il Papa Francesco il 10 Aprile 2014 l’incontro storico sulla lotta al traffico di esseri umani. I suoi dossier sono diventati in diversi casi la base per inchieste della magistratura internazionale o dei singoli paesi ed è stato più volte contattato come “esperto” da vari parlamentari europei e italiani.

“Ma è solo l’inizio di un lavoro lungo e difficile – continua a ripetere – Questa enorme tragedia troverà soluzione, come ha ammonito papa Francesco, solo quando i potenti della terra cambieranno la loro politica nei confronti del Sud del Mondo. Degli ultimi della terra”.